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JC26…non basta un racconto.

Mentre scrivo ho in mente coloro che leggeranno in giro, per caso, un riferimento al programma Junior Consulting e inizieranno ad informarsi, tentando di capire, andando in rete a cercare commenti, opinioni e informazioni aggiuntive. Quelle persone, qualora dovessero mancare di esperienze dirette di amici e conoscenti, decideranno di scorrere la pagina del sito sul quale sto scrivendo. Le esperienze di persone che parlano ad un anno di distanza del percorso che hanno intrapreso, la presentazione dei neofiti ancora con la sete di scoprire ciò che accadrà, le linee guida di quello che sembra un programma cucito perfettamente addosso ad uno studente in odore di laurea o subito al di là del guado. Quello che lo avrà condotto fin qui sarà l’amletica domanda: che cos’è questo Junior Consulting?

 

Tuttavia Junior Consulting è una di quelle cose che impari a conoscere solo con i tuoi occhi. Da un giorno all’altro sei dentro, in pochi giorni cerchi casa e sai che non durerà più di due settimane, è solo la prima tranche. La prima cosa che fai è un test. “MBTI”, che per te vuol dire poco o nulla. Rispondi a delle domande sul tuo modo di approcciare situazioni diverse, poi il giorno dopo ti viene chiesto di posizionarti tra due modi d’essere distinti per un totale di quattro volte. Ti attribuisci degli aggettivi pensando al modo in cui sei fatto, guardando a come ritieni di essere. Sulla base delle tue scelte scopri che il tuo modo di vivere alcune circostanze ha una sigla, un acronimo che cerca di raccontare qualcosa di te, sulla base di quella sigla riesci a dare una spiegazione ad alcuni tuoi comportamenti e ai comportamenti degli altri. Comprendendo che caratteri diversi sono utili a darti uno sguardo diverso sulle cose.

 

In quei giorni sei in un’aula con tante altre persone, sconosciute, e dopo un po’ sei in piedi abbracciato a loro su delle assi di legno nel tentativo di riordinarle. E’ “team building”. Il giorno dopo devi raccontare qualcosa di te agli stessi estranei che via via diventano conoscenti, poi amici. Ottimi amici.  Poi arriva il momento della partenza. Dublino ti aspetta.

 

Al tuo ritorno le strade iniziano a dividersi. Per molti c’è l’open space, l’area comune in cui portare avanti il proprio progetto, ricevere ospiti e imparare dal confronto tra team diversi. Non per me, la prosecuzione del percorso ha previsto un altro trasferimento, l’esperienza dell’azienda dal suo interno. Nemmeno il tempo di chiedersi se ti senti all’altezza di gestire il rapporto con persone del calibro di quelle che ti troverai davanti e già sei in piedi dinanzi a loro ad esporre quello che hai fatto. Tu, in prima persona. Facendoti forte del team e facendoti forte per il team. In un contesto in cui un errore è un motivo di crescita, in cui gli altri sono in grado di dirti in cosa hai sbagliato e a farlo nel migliore dei modi. Senza remore e senza sciocche giustificazioni.

Junior Consulting non si spiega, se non così.

 

La sera ti ritrovi in sette sotto ad un tetto. Non più estranei, non più conoscenti. A dividere una cucina che dà spazio a tante preferenze alimentari diverse e a tanti diversi dialetti. Tra una mozzarella di bufala e un tomino, ti rendi conto che difficilmente pochi mesi possono durare così tanto.

 

E allora? Cos’è questo Junior Consulting?

Per me è tutto questo messo insieme, armoniosamente.

 

E dire che, un giorno di questi…

Ore 7.15: la sveglia, un suono che distoglie dal sonno placido in un letto che non riconosci come tuo.

Ore 7.20: ancora la sveglia, succede di puntarne più di una quando hai il timore di non risvegliarti per tempo.

Ore 7.30: l’ultima sveglia, l’ultimo ostacolo al tuo sonno avvolgente e calmo. Cade miseramente l’ultima fortezza a guardia del tuo primo giorno di lavoro.

Ore 8.45: senti bussare alla porta e non hai nessuna idea di chi possa essere, qualcuno che insiste e si compiace, con ogni evidenza, di disturbare il tuo sonno.

Ore 8.46: ti rendi conto, con sommo terrore, di aver eluso la prima sveglia del tuo primo giorno dedicato al progetto.

A quel punto la forza e la lucidità arrivano di colpo, le facce sorridenti sull’uscio ti dicono di non preoccuparti ma tu sei già scattato in piedi per salvare il salvabile.

Ore 8.55: non sai nemmeno tu come sia possibile, ma sei lì in strada ad annodare in modo convulso ma efficace la cravatta che ti introdurrà ai tuoi referenti. Comincia la sfida.

 

Dario Lucia